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tribunale aula a vuota

VERBANIA - 07-07-2020 -- “Abbiamo dimostrato

la piena estraneità del mio assistito ai fatti contestati”. Sono quasi le 15 quando Fabrizio Busignani lascia Palazzo di giustizia. Ha appena terminato, dopo quasi cinque ore, la lunga arringa con cui ha chiuso il processo del crac dell’Ossolana, ultimo atto del procedimento per bancarotta fraudolenta che vede imputato il suo assistito, Giuseppe Nasini. Manager, socio di capitale e amministratore della società in periodi diversi, è accusato dalla Procura di aver provocato, in concorso con altre cinque persone già giudicate in separata sede (patteggiamento o rito abbreviato) il dissesto della società di manutenzioni industriali con sede a Fondotoce, falsificando i bilanci e stornando denaro per altre società del gruppo e per fini personali, sino a creare un buco di 15 milioni di euro.

Ai 38 capi di imputazione per i quali il pm Gianluca Periani ha chiesto la condanna a sei anni e mezzo, la difesa ha replicato dando forza a quanto già affermato nella sua deposizionedall’imputato, cioè di essere stato vittima della famiglia Morelli (Luigi, il capostipite della famiglia, è anch’egli a processo per un episodio di bancarotta per il quale la Procura ha chiesto due anni, i figli Pier Paolo e Gian Luca sono stati condannati in primo grado con rito abbreviato), che gli ha attribuito colpe non sue dal momento che era solo un manager e non un amministratore di fatto, come contestato.

Chiacchiericcio querulo da bar, argomenti suggestivi. Così Busignani ha dipinto la ricostruzione dell’accusa e della parte civile (la curatela fallimentare), studiata per fare scena ma priva di contenuti. Secondo la difesa non c’è prova alcuna che Nasini abbia preso parte alle falsificazioni di bilancio, né alla manipolazione dei conti correnti, sui quali peraltro non aveva la firma, né alla falsificazione dei Durc. “Addirittura viene chiesto come risarcimento più dello stato passivo” – ha affermato ricordando che Nasini era un abile manager con grande esperienza commerciale, con un proprio patrimonio già prima dell’ingresso in Ossolana -dalla cui compagine societaria era uscito nel 2012, prima dei bilanci alterati- e che, dopo il crac, si manteneva con una sua azienda, la Piping Service, che aveva i bilanci in regola e che è fallita dopo che è stata affidata a un curatore.

La difesa è stata, in realtà, un contrattacco, che non ha risparmiato critiche alla Procura, alla curatela e alla Guardia di finanza che condusse le indagini; e che ha chiamato in causa pure i dipendenti e i professionisti consulenti di Ossolana.

Il collegio presieduto da Donatella Banci Buonamici, con Rosa Maria Fornelli ed Elisabetta Ferrario giudici a latere, ha ascoltato la difesa, prendendo atto della corposa memoria difensiva presentata e aggiornando il processo al 22 settembre, quando ci saranno le eventuali repliche e la lettura della sentenza.