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VERBANIA – 13.10.2017 – La sentenza, sempre che

non s’arrivi a un accordo, arriverà il 25 ottobre e metterà un primo punto fermo in una vicenda che si trascina dal maggio del 2014 e che coinvolge l’attuale assessore alla Polizia municipale Giovanni Alba – che è parte offesa e parte civile costituita – l’ex segretario del Pci Mauro Bardaglio – imputato di diffamazione aggravata – e il Movimento 5 stelle di Verbania.

Tutto nasce nella campagna elettorale del 2014. Silvia Marchionini, sostenuta dal Pd, è la grande favorita per lo scranno di sindaco e gli altri partiti avversari cercano di contrastarla. Negli ambienti cittadini circola l’indiscrezione che, in caso di vittoria, Alba – che la sua carriera lavorativa l’ha spesa come funzionario e dirigente al Comune, ma che in quel momento è molto vicino alla candidata – potrebbe avere un ruolo di primo piano (assessore alle Finanze?) in un’ipotetica giunta.

Su di lui, però, qualcuno riesuma vecchie storie degli anni ’80 che riguardano il suo lavoro nell’ente pubblico, irregolarità contabili nella gestione dei fondi per l’assistenza e un provvedimento disciplinare irrorato con sanzione pecuniaria e trasferimento d’ufficio. Tra questi c’è Mauro Bardaglio, esponente di spicco del Pci dagli anni ’70 a metà degli anni ’90, ex segretario di partito, ex vicepresidente della Provincia e ex assessore municipale oggi simpatizzante grillino. In riunioni, colloqui e per canali elettronici, Bardaglio racconta i fatti del 1983 e il movimento decide di scrivere un comunicato stampa (pubblicato anche sul proprio sito e su Facebook) in cui, sostanzialmente, si afferma che il candidato Alba non è una persona pienamente specchiata perché nella relazione di alcuni colleghi di allora all’assessore Ivana Ronchi “si evidenziava che fondi degli orfanotrofi e di altri enti erano stati sottratti dal Giovanni Alba per spese personali (vacanze della famiglia) e che questi era stato condannato (…) alla pena massima allora prevista cioè tre mesi senza stipendio”.

La notizia fa scoppiare la polemica e, tra accuse di sciacallaggio politico, rettifiche – il M5S corresse il tiro su alcuni termini – e repliche, sfocia nella denuncia per diffamazione presentata dall’attuale assessore.

In una prima fase la Procura, che individua come responsabile Bardaglio (colui che aveva fornito le notizie), conclude le indagini con la richiesta di archiviazione, alla quale il gip non aderisce chiedendo l’imputazione coatta. Ne segue un decreto penale di condanna che, opposto, ha portato al processo odierno. Processo che è iniziato con un piccolo “giallo”, cioè la proposta della parte offesa – Alba, non presente in aula – di rimettere la querela in cambio del pagamento delle spese legali e di una lettera di rincrescimento/scuse (a seconda della parte dalla quale la si guarda). A riferirla è stato il suo avvocato, Maurizio Adreani, che ha spiegato di averla appresa solo mezzora prima, cioè quando erano già pronti giudici, pm, avvocati e una decina di testimoni convocati. Bardaglio, che è difeso dall’avvocato Alberto Beer e che ha già rifiutato una prima e diversa proposta, era anche disposto a accettare ma, dopo una pausa di mezzora per capire se l’assessore sarebbe potuto venire in tribunale e confermare le sue intenzioni, il giudice Rosa Maria Fornelli ha deciso di avviare il dibattimento, che s’è poi concluso con l’escussine di una mezza dozzina di testi e dell’imputato e con il rinvio per discussione e sentenza.

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