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VERBANIA – 15.05.2018 – Bilanci truccati 

e tasse fittiziamente versate, documenti falsificati, finti contratti per i parenti e decine di migliaia di euro distratti dagli amministratori. È questo il crac dell’Ossolana, la società di manutenzioni industriali di Verbania fallita nel 2015 e per la quale sono a processo a Verbania sette persone chiamate a rispondere di svariati reati finanziari e di bancarotta. Di queste, due -Luigi Morelli e Giuseppe Nasini- hanno scelto la strada del dibattimento, apertosi oggi davanti al collegio dei giudici Donatella Banci Buonamici, Rosa Maria Fornelli ed Elisabetta Ferrario. Nella prima udienza la parola è andata all’accusa, sostenuta dal pm Gianluca Periani, che ha chiamato a testimoniare -la sua deposizione è durata sino alle ore 18 e non s’è esaurita- il luogotenente della Guardia di finanza che nel febbraio del 2015 diresse l’accertamento fiscale da cui prese il via l’indagine.

Chiamati a verificare il bilancio del 2013, che chiudeva con un utile di circa 81.000 euro (su 8 milioni di fatturato), i finanzieri trovarono alcune incongruenze che, approfondite, fecero loro scoprire che i conti erano stati alterati e che ci sarebbe dovuta essere una perdita di 1,9 milioni con azzeramento totale del capitale sociale. Il sistema contestato, almeno per quell’anno di imposta, era basato su false prestazioni fatturate a carico di due ditte del Tarantino (anche l’amministratore è stato rinviato a giudizio) iscritte a bilancio in compensazione del pagamento di tasse: Iva, Inps, Inail, Irap, Ires… mai versate.

Analogo stratagemma era stato utilizzato per il 2012, quando i conti furono fatti quadrare con una serie di fatture emesse alla MoGiPi (società riconducibile alla famiglia Morelli) per operazioni inesistenti. Secondo l’accusa gli imputati simulavano entrate che non c’erano, dichiaravano di pagare le tasse che evadevano e poi, per nascondere il debito erariale, falsificavano i documenti rilasciati dall’Inps per attestare la regolarità contributiva da mostrare alle ditte con cui Ossolana aveva contratti di appalto. Un’altra contestazione riguarda gli “aggiustamenti” contabili finalizzati a restare sopra la soglia del 5% nel rapporto tra patrimonio e debiti, in modo da avere le garanzie per ottenere linee di credito dalla banca.

Le spese personali e i contratti ai parenti

L’Ossolana, insomma, sarebbe stata in default – lo stato passivo accertato dal curatore Francesco Roman (la curatela è costituita parte civile con l'avvocato Patrich Rabaini) è di 16 milioni di euro – già tre anni prima della dichiarazione di fallimento chiesta della Procura di Verbania all’esito del primo accertamento fiscale. L’azienda restava in piedi artificiosamente, accumulando debiti con le banche e con lo Stato. Il motivo, secondo la ricostruzione dell’accusa, era anche il mantenimento dei suoi soci e amministratori reali, di fatto e/o occulti. In contabilità ci sono prelievi e bonifici ripetuti per migliaia di euro a favore di Nasini e di Gian Luca e Pierpaolo Morelli (che hanno scelto il rito abbreviato) che non trovano giustificazione. Luigi Morelli (padre di Gian Luca e Pier Paolo) percepiva compensi per consulenze che non svolgeva e che venivano pagati prima ancora che arrivassero le fatture. Le mogli dei Morelli e di Nasini erano stipendiate senza lavorare.

Le socità, gli amministratori e le responsabilità

Il crac dell’Ossolana coinvolge contabilmente diverse società riconducibili a Nasini ma, soprattutto, ai Morelli: MoGiPi, Finintra, Finintra Engeeneering, Falegnameria Malanadra e Officine Cairesi solo per citarne alcune. Per la difesa di Nasini, sostenuta dall’avvocato Fabrizio Busignani, sono loro i responsabili. La linea difensiva emersa dal controesame odierno tende a minimizzare il ruolo del suo assistito, che secondo l’accusa era amministratore di fatto ma che in realtà, sostiene il difensore, essendo socio di minoranza sottostava alla gestione degli altri.

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