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melania mazzucco

STRESA - 05-08-2020 -- Terzo appuntamento,

stasera, con i finalisti dell’edizione 2020 del Premio Stresa di narrativa. Dalle ore 21, in modalità virtuale (su “Zoom”, al link https://zoom.us/j/94064757383 per pc, con password ai9OMk5TcTk3Z09CNUJSNGhkUUpYZz09Sui; meeting ID - 940 6475 7383; password 664843 su smartphone), l’incontro con l’autore è con Melania Gaia Mazzucco (nella foto) e il suo romanzo “L’architettrice” (Einaudi), di cui vi proponiamo la recensione.

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L’Architettrice è un romanzo storico ambientato nell’età barocca che descrive, con accuratezza, i borghi romani, le piazze, le vie, i campanili svettanti sulla città, le botteghe d’artista, i palazzi signorili e racconta le vicende vissute dagli artisti, dagli agenti per i re e le regine di Francia al seguito dei servitori dei Papi di quel tempo. Inizia con l’aneddoto della balena rinvenuta nei pressi della costa di Santa Severa. Del cetaceo che si era arenato sulla spiaggia nel 1624, il padre di Plautilla aveva conservato un dente sul suo scrittoio, come cimelio prezioso.

Le vicende narrate nelle quattro parti del romanzo di Melania Gaia Mazzucco raccontano una fitta trama di eventi riconducibili alla Storia dell’Arte dell’epoca romana secentesca. Giano il materassaio, soprannominato il Briccio, era un pittore, un attore, un paroliere, un compositore, un musicista, un astronomo, un matematico, un geografo e per Plautilla l’eclettico padre moltiplicava di dieci volte la sua influenza su di lei; La vita movimentata di Giano non era quella dei poveri, miserabili anche se a quattro anni e tre mesi Plautilla aveva già cambiato quattro case e così avvenne durante tutta la sua esistenza. Ogni volta bisognava incominciare daccapo ad adattarsi ad un nuovo quartiere, a nuove storie che attraversavano le biografie dei più illustri artisti, scultori ed architetti italiani, da Michelangelo Merisi, a Guido Reni, a Pietro da Cortona, al Borromini, al Bernini. Per il Briccio un artista è sempre più ricco di chiunque, persino del Papa e in quel secolo gli abati cambiavano spesso la tonaca per intonarla ai vari pontificati di Urbano VIII, Innocenzo X, Clemente IX e Innocenzo XI.

Plautilla spesso cadeva in un sonno improvviso che nel tempo sarebbe passato ma fu lo stesso sonno a spaventare Giovanni Romanelli, l’allievo che prendeva lezioni di pittura nella bottega del Briccio.

Mentre la giovane artista mostrava al Romanelli la sua opera incompiuta, lui cercò di sedurla e lei si addormentò; al risveglio la tela, della Madonna con il bambino, risultò finita e da questa mezza verità o leggenda propizia iniziò il successo di Plautilla in un tempo in cui alle donne era riservato solo il compito della procreazione e dell’arte del ricamo. La Madonna con il bambino venne donata nel 1640, ai padri carmelitani di Monte Santo, dal Briccio e in quell’anno Plautilla divenne ufficialmente una pittrice. Il nonno di Plautilla la esortò a ricordarsi che disprezzare la propria fortuna è un peccato e lei era una Briccia ancor più con indosso la tonaca di suo padre.

Il Briccio aveva rivolto le sue aspirazioni d’artista proprio sulla figlia femmina anche se il piccolo Basilio con il tempo si dimostrò un degno successore.

L’incontro che cambiò il destino di Pautilla fu quando conobbe la suora carmelitana Eufrasia Benedetti che dopo aver visto la Madonna con il bambino la pregò di lasciare dei suoi disegni al fratello, l’abate Elpidio servitore di Giulio Mazzarino. Elpidio Benedetti è stato per Plautilla come un benefattore a cui tutto poteva chiedere, di nascosto agli occhi indiscreti dei servitori perché la loro unione avrebbe compromesso la sua reputazione a discapito della rendita percepita dal suo padrone. Giulio Mazzarino, nel 1641, divenne cardinale e dopo la morte di Luigi XIII, Primo Ministro di Francia, per nomina della Regina Anna. Giano il materassaio morì l’8 giugno 1645 e pochi anni dopo Basilio, il figlio minore del Briccio, si era messo in testa di diventare un architetto, convinto che l’ingegno non si vende e la bellezza non si compra. Nel 1654 solo Plautilla, la Briccia, dopo un attento esame delle sue abilità artistiche, era stata accolta all’Accademia di San Luca.

La peste del 1656 sterminò intere famiglie nobili che non erano riuscite ad allontanarsi dalla città; anche la regina Cristina di Svezia lasciò Roma che l’aveva accolta con cerimoniosi festeggiamenti. La madre di Plautilla ricordava che già nel 1630 la peste si era propagata in città e il morbo si era insinuato nelle stanze dei signori. Quando Plautilla diresse i lavori del progetto per la dimora dell’abate Elpidio denominata, Villa Benedetta, dipingendo all’interno del palazzo signorile l’immagine della Felicità, il suo successo personale moltiplicò gli ingaggi. Nel 1680, all’inaugurazione della cappella nella Chiesa dei Francesi costruita dall’Architettrice, il passare degli anni incominciava a lasciare segni tangibili. Plautilla con Basilio trascorsero quel che rimaneva della loro esistenza nell’agiatezza di una cospicua rendita ma senza eredi perché entrambi non si erano sposati e le nipoti Giustina e Margherita, figlie della sorella Albina, sposa di Rutilio Dandini, erano tutte morte in giovane età. Come lei anche Elpidio non aveva eredi diretti, solo Gaudenzio Benedetti aveva una figlia illegittima di nome Virginia, consegnata al Conservatorio delle Zitelle Sperse di Sant’Eufemia, al Foro Traiano, che morì in solitudine nel 1693. Sono gli intermezzi letterari creati dall’autrice ad animate la lettura del romanzo perché nello spostamento spazio temporale che intercorre tra la Roma barocca e quella pre-risorgimentale si può raccogliere la straordinaria coincidenza che lega una dimora storica ad eventi in antitesi tra loro.

La scrittrice Melania Gaia Mazzucco divide il romanzo in quattro parti intercalate da intermezzi che spostano la storia di Roma avanti di duecento anni. Il protagonista di questi intermezzi è Leone Paladini, un soldato volontario che si era arruolato per combattere gli austriaci per poi seguire i comandi di Giacomo Medici, contro i regimi assolutisti, al tempo delle rappresaglie francesi durante i moti d’indipendenza del 1848. Lo spirito poetico artistico di Leone Paladini, che si guadagna il pane facendo ritratti con il lapis al caffè americano, emerge quando restituisce alla villa del Vascello la sua memoria storica. Il Vascello è il soprannome dato a una villa abbandonata, uno stravagante palazzone barocco definito da Leone una casa senza un padrone per un padrone senza casa. Leone è un estimatore del Vascello perché al suo interno può contemplare i preziosi addobbi, prima che la battaglia trasformi gli arredi in legna da ardere e i muri in ruderi, sotto i colpi delle bombe e delle baionette. Il soldato volontario sopravvive alla battaglia fino all’annuncio della resa della città ai francesi. Da quel momento Leone Paladini incomincerà a vivere una nuova vita. Il Briccio disse un giorno alla sua figlia prediletta: “Bisogna regalarsi la libertà di ricominciare sempre daccapo”. Così farà Leone Paladini.

La villa del Vascello, come Villa Pamphilj, racconta quel lusso e quello sfarzo barocco che con il passare del tempo diventa un bersaglio nemico d’abbattere, per poi resistere agli eventi fino ai giorni nostri. L’autrice del romanzo invita i suoi lettori alla curiosità per ricucire i fili di una trama complessa e lascia in eredità il dente della balena, una sottile licenza poetica, che esorta alla riflessione di quanto la verità possa sempre venire a galla se la sua conoscenza storicistica, unita alla coscienza critica, persevera nel manifestarsi.

Monica Pontet*

*docente, scrittrice pubblicista