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panchina rossa vb

VERBANIA - 28-01-2022 -- “Ne ha diritto ma, ci dispiace, i soldi non ci sono”. È stata una doccia fredda, comunicata per e-mail, quella con cui, a fine dicembre, ha dovuto fare i conti una donna di 42 anni residente in provincia. Vive un momento difficilissimo a livello personale perché, dopo aver denunciato per molestie il datore di lavoro, un lavoro non l’ha più. La legge del “codice rosso” le ha aperto una via giudiziaria accelerata per avere giustizia. È stata sentita subito dal pubblico ministero e le indagini procedono.

In questa sua disavventura, passando dalle istituzioni e dalle associazioni della rete antiviolenza, è venuta a conoscenza della possibilità di ottenere il “reddito di libertà”, una misura introdotta con il codice rosso con lo scopo di sostenere la vittima e di permetterle di riacquistare autonomia, anche personale.

Il reddito di libertà consiste in un sostegno economico di 400 euro mensili al massimo, per un periodo non superiore ai 12 mesi, erogati in un’unica soluzione. Li liquida l’Inps, al quale la 41enne s’è rivolta, consegnando tutti i documenti richiesti. La pratica è andata a buon fine, nel senso che è stata accettata. Ma, in concreto, i soldi non li avere perché non ci sono, sono finiti. “Gentile sig.ra – le ha scritto l’Inps –, siamo spiacenti di comunicarle che la domanda (...) non è stata accolta per insufficienza delle risorse disponibili. La domanda potrà essere riesaminata qualora si rendessero disponibili nuove risorse”.

Per chi già è in difficoltà, una risposta del genere è un colpo duro da accettare. E suona anche come una presa in giro. Il fatto che i soldi siano finiti -e probabilmente ci saranno in tutta Italia numerose altre donne nella stessa situazione- ha il sapore della beffa se si pensa alla pubblicità e alla profusione di frasi fatte che, chi ha responsabilità istituzionali, ha diffuso e diffonde intestandosi il merito delle misure di sostegno alle persone deboli, maltrattate, donne in primis.